Intervista esclusiva a Francesco D’Arrigo, docente del Settore Tecnico FIGC:”Non esiste l’allenatore ideale, ma l’allenatore evoluto”

Francesco D’Arrigo (Lucca, 25 agosto 1958) è un ex calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo difensore. Da calciatore ha totalizzato complessivamente 65 presenze in Serie B con le maglie di Pistoiese ed Empoli, con una rete all’attivo in occasione del pareggio interno dell’Empoli col Monza dell’8 aprile 1984. Fatto curioso: nella carriera da calciatore ha militato esclusivamente in formazioni toscane.
Cessata l’attività agonistica, ha intrapreso quella di allenatore, disputando 13 campionati di Serie C1 e 4 di Serie C2 senza mai riuscire ad approdare nelle due serie superiori. Ha guidato dalla panchina tutte e quattro le formazioni (Lucchese, Pistoiese, Empoli e Cuoiopelli) in cui aveva militato da calciatore. Il 6 aprile 1994 raggiunge l’apice della sua notorietà salendo agli onori della cronaca nazionale: alla guida del Pontedera batte 2-1 in amichevole la Nazionale di Arrigo Sacchi , che pochi mesi dopo diverrà vicecampione del mondo. Dal 2011 è docente del Settore Tecnico Federale di “Tecnica e Tattica” nei corsi Uefa B e insegnante nei cinque corsi annuali UEFA A e UEFA PRO per allenatori professionisti , organizzati nella sede centrale di Coverciano dalla FIGC.

Mister,  perchè il calcio italiano è in crisi di risultati da anni? Perchè non siamo riusciti a stare al passo con le innovazioni di gioco prodotte negli altri paesi europei?

Inizi con una domanda molto impegnativa. Le cause possono essere molteplici, dopo il Mondiale vinto nel 2006 abbiamo peccato di presunzione, abbiamo pensato di essere al top, sia per il calcio di élite che per quello giovanile. Non abbiamo dato importanza al fatto che gli altri lavoravano, studiavano e investivano in strutture, ma soprattutto in progetti educativi, di scouting per i giovani talenti, nonché nello sviluppo metodologico di formazione per i ragazzi e per gli allenatori. Le azioni intraprese da Spagna, Germania , Francia e via via molte altre Federazioni, hanno determinato un’evoluzione delle espressioni di gioco, favorita dalla crescita di nuovi talenti, sia giocatori che allenatori. Noi siamo rimasti ancorati agli elementi che ci hanno fatto vincere il mondiale, pensando che un calcio difensivo ed esclusivamente speculativo potesse sempre ripagarci.

Oltretutto abbiamo continuato a lavorare, nei settori giovanili, come se fossero squadre adulte, pensando solo al risultato, senza indirizzare il lavoro alla formazione dei giovani. Abbiamo continuato a lavorare sulla tattica di squadra e sempre meno sulle abilità individuali. Le altre compagini hanno capito che il calcio è dei giocatori e non dell’allenatore stratega di tattica collettiva. Quindi gli altri hanno iniziato a lavorare sui principi gioco, dando forti libertà espressive ai giocatori, mentre noi abbiamo continuato a lavorare sugli schemi di gioco imposti dagli allenatori.

Il bellissimo libro scritto da Francesco D’Arrigo “Il senso del gioco”

Perchè in questo momento in Italia non ci sono gicatori del calibro di Baggio, Zola, Del Piero o Totti? Abbiamo perso la fantasia?

La mancanza di nostri talenti è frutto di metodologie di lavoro sbagliate, fin dalle scuole calcio, si comincia a separare il lavoro in parti atletiche, tecniche e poi tattiche, prediligendo i giocatori precoci nello sviluppo, senza avere la pazienza di aspettare e coltivare i ragazzi, magari ancora in ritardo di sviluppo, ma che avrebbero elevate attitudini al gioco. Quindi si esclude invece di includere. Poi, come detto prima, non si lavora sull’aspetto individuale, fondamentale per la crescita del ragazzo. In questo modo, togliamo forti possibilità di imparare, dando semplici soluzioni, con l’utilizzo esagerato della tattica collettiva, in un momento evolutivo dove, invece, dovremmo dare problemi da risolvere e non soluzioni da ricordare.

Dopo la mancata qualificazione ai Mondiali 2018 in Russia, molti hanno trovato la causa nei troppi stranieri in Italia, anche lei la pensa in questo modo?

Non credo che il problema sia dei troppi stranieri, il problema è che molti nostri giovani abbandonano precocemente, perché non trovano gioia e divertimento a frequentare una scuola calcio. Devo dire che cominciano a prendere coscienza di questi problemi, e, da qualche anno, il processo educativo che parte dalla Scuola Allenatori del Settore Tecnico, ha modificato totalmente i programmi di formazione dei nuovi allenatori. Tale processo è avviato e ci vorrà ancora un po’ di tempo per avere risultati concreti.

Quali caratteristiche deve avere l’allenatore ideale e quali, invece, il giocatore ideale?

L’allenatore ideale non esiste, ma esiste l’allenatore evoluto, quello che conosce la realtà del gioco e che è consapevole che il gioco è dei giocatori, quindi, che sa di dover lavorare per loro, cercando di accompagnarli alla scoperta del loro talento, che conosce l’inseparabilita’ di tutti gli elementi del gioco e che fornisce proposte esercitative che tendono a sviluppare la condivisione delle scelte che i giocatori devono fare in partita, senza obbligarli ad eseguire, ma lasciandoli liberi di pensare e di scegliere, all’interno di chiari principi di gioco che lui ha costruito. Il giocatore evoluto è quello che riesce a saper scegliere ed eseguire, valorizzando le proprie abilità, condividendo le scelte dei compagni, in modo veloce, creativo e collaborativo.

Al corso UEFA B di Imperia ho avuto come docente mister Adriano Cadregari, lui pensa che in Italia la qualità è peggiorata perchè i bambini e i ragazzi giocano sempre meno. Una volta si giocava ovunque, in strada, all’oratorio, adesso invece solo durante gli allenamenti, allenamenti che tra l’altro prevedono ore di esercitazioni e pochi minuti riservati alla partita. E’ giusto dire che per insegnare il calcio si dovrebbe ricominciare a giocare di più?

Si Cadregari ha ragione, mi riallaccio al discorso di prima, nelle scuole calcio si fa poca pratica, vuoi per il poco tempo a disposizione, vuoi per le mancanze metodologiche di cui parlavo prima. Il bambino deve conoscere il calcio attraverso il gioco, quindi bisogna aumentare il lavoro di situazione e di partita. Il calcio per me è stato la mia esclusiva, unica, fonte ludica di divertimento e di gioia da bambino, poi la mia passione giovanile, quindi la mia professione da giocatore e da allenatore professionista, adesso è ritornato ad essere attrazione conoscitiva da trasmettere e quindi passione elevata all’ennesima potenza, nella mia carriera di formatore. Il gioco mi pervade fin da piccolo, adesso ho scoperto che adoro esserne ammaliato!

Ho visto che  la sua Pagina Facebook “Allenatori ispiratori” ha sempre più followers e che ogni giorno, mister da ogni parte d’Italia, si scambiano opinioni ed idee.

Sì la pagina sta crescendo sempre di più, merito non solo mio, che magari riesco bene a definirne i contenuti, ma anche della partecipazione di tanti miei ex corsisti che ne hanno rilevato una chiara importanza per accrescere la loro formazione.

 

Guarda anche l’intervista ad Adriano Cadregari, anche lui docente federalre di Tecnica e Tattica: