
Masaru Emoto (1943 – 2014) ha messo a punto una tecnica che ha consentito di scoprire e di ammirare i molteplici segni del linguaggio figurativo con cui l’acqua risponde agli stimoli esterni. Attraverso tale tecnica è possibile fotografare i cristalli ottenuti dal congelamento di acqua sottoposta alle vibrazioni non solo di parole o brani musicali, ma anche di pensieri e stati d’animo. L’acqua è infatti in grado di registrare la vibrazione di una energia estremamente sottile, definita nella cultura giapponese Hado. I risultati degli esperimenti di Masaru Emoto dimostrano che i cristalli dell’acqua modificano la propria struttura in relazione dei messaggi che ricevono.
L’acqua sottoposta alle vibrazioni di parole e pensieri positivi forma dei cristalli bellissimi simili a quelli della
neve, l’acqua sottoposta alle vibrazioni di parole e pensieri negativi reagisce creando strutture amorfe e prive di armonia.

E’ difficiel accettare che l’uomo possa credere al concetto di dialogo con l’acqua, in realtà questo dialogo esiste. La Terra, chiasmata anche il Pianeta d’Acqua, è coperto per il 70% della sua superficie di acqua, la stessa proporzione presente in un corpo umano. La neve, che cade sulla Terra da milioni di anni, contiene cristalli simili tra loro ma diversi uno dall’altro. Ogni cristallo porta in sè un’informazione. Più precisamente, la geometria del cristallo è l’informazione stessa che si cristallizza. L’acqua, attraverso la creazione e la contemplazione dei suoi cristalli, rende possibile un dialogo con l’uomo.

E’ la coscienza di ognuno di noi che crea il nostro mondo, la vibrazione dell’amore e della gratitudine possono essere trasmesse attraverso la nostra intenzione, a tutto ciò che contiene acqua sul pianeta.
L’EMPATIA E LA CAPACITA’ DI TRASMETTERE EMOZIONI
Per empatia si intende la capacità di un individuo di comprendere le emozioni che un’altra persona sta provando. Deriva dal greco empatèia, parola composta da en (cioè dentro) e pathos (cioè emozione, affetto e sofferenza). Inizialmente si riferiva alla partecipazione del pubblico alle rappresentazioni dell’artista. Il termine è entrato nel linguaggio comune grazie ai due tedeschi J. G. Herder e Novalis, che hanno usato la parola “Einfuhlung” per identificare sensazioni e relazioni che scaturiscono tra opere d’arte e persone. Il termine è stato collegato ai rapporti interpersonali nel 1909, ad opera di E. B. Tichener. In quel periodo non si parlava, tuttavia, di approccio cognitivo o affettivo, ma nel giro di poco tempo il termine è stato assorbito dal linguaggio comune ed entrato nell’ambito della psicologia moderna. Con i passi che seguono ci occupereremo proprio di empatia e vedremo proprio l’approccio cognitivo e affettivo.
LO SVILUPPO DELL’EMPATIA
Cominciamo subito col dire che normalmente l’empatia inizia a svilupparsi già nel primo anno di vita di un bambino, sebbene in forma abbastanza basilare. Tuttavia, soltanto intorno ai 4 anni si sviluppa una teoria della mente con una forma di empatia vera e propria. La teoria della mente, infatti, è un’abilità speciale che permette di comprendere che ogni persona ha un proprio pensiero. Non c’è un unico approccio all’empatia e i metodi di misurazione fanno riferimento agli aspetti da cui essa è composta. Vi è una componente cognitiva ed una affettiva, che andiamo ora a vedere passo per passo.
IL RUOLO DELL’EMPATIA
L’empatia può essere, quindi, suddivisa in due forme principali. La prima che tiamo è l’empatia cognitiva, detta “teoria della mente” o “mentalizzazione”: questa consiste nella spinta ad identificarsi con lo stato mentale di altri individui. L’empatia affettiva, invece, consiste in quella spinta che fa rispondere con un’emozione appropriata agli stati mentali altrui. La forma cognitiva è la capacità di comprendere il punto di vista dell’altro. Secondo quanto afferma la dottoressa J. Halpern, la forma affettiva è la risonanza o sintonia emotiva. Quando, per fare un esempio, si ascolta una persona ansiosa, subentra la tristezza. La risonanza è una sorta di sfondo emotivo al processo del cercare dio immaginare cosa sta provando l’altro individuo. Si tratta di una risposta naturale ed emotiva a quelle che sono le difficoltà altrui. In altre parole, secondo la definizione della psicologa Deborah Serani, l’empatia affettiva è l’abilità di sentire ciò che un’altra persona prova, mentre l’empatia cognitiva è l’abilità nel sentire quello che un’altra persona sta provando.
LA CAPACITA’ DI TRASMETTERE EMOZIONI NEL CALCIO (tratta da pagina Facebook di mr. Alessandro Zenone)
Puoi svolgere le migliori esercitazioni al mondo, ma se non riesci a trasmettere emozioni, i ragazzi non si impegneranno al massimo, le svolgeranno come se fosse un compito da eseguire e non parte di un percorso per sviluppare al meglio il proprio potenziale, per superarsi, per dare sempre il meglio di se stessi.
La motivazione che ti spinge a dare il massimo può essere estrinseca (che viene da fuori) o intrinseca (che viene da dentro di noi, dal profondo). Un esempio di motivazione estrinseca è un istruttore che crede in te, ti incita, ti sprona a dare sempre il massimo: ti corregge sempre quando sbagli e ti incoraggia a lavorare sempre meglio, e quando fai tutto bene ti chiede di alzare il ritmo, perché di migliorare non si finisce mai. Nel mio tour ho avuto la fortuna di veder lavorare un vero maestro sotto questo aspetto: Mr. Maurizio Silvestri. Bravissimo nel trasmettere la sua passione ai ragazzi, riesce a tirare fuori il meglio da ognuno di loro, raramente ho visto migliorare così tanto dei ragazzini nel corso di una sola seduta di allenamento, e questo è dovuto in gran parte al suo saper trasmettere quella voglia e quella motivazione di impegnarsi sempre al massimo.
Si parla di motivazione intrinseca, invece, quando quella voglia di dare il massimo, quell’emozione di voler superare te stesso, di voler regalare alla tua squadra una prestazione eccellente, viene dal profondo del tuo cuore. Non c’è bisogno che qualcuno ti motivi costantemente, ce l’hai in te. La motivazione intrinseca può essere indotta, ad esempio quando senti la fiducia da parte del tuo allenatore e dei tuoi compagni, e senti di volerla ripagare sul campo; quando ti si concede un’opportunità e vuoi fare di tutto per sfruttarla. Può bastare uno sguardo, un suono, un pensiero nella tua testa, un’emozione… a scatenare dentro di te quella voglia di dare tutto te stesso!
Un allenatore che crede nei ragazzi, che li lasci esprimere, che trasmetta loro passione ed emozioni, che li faccia credere in loro stessi e nel gruppo, ha sicuramente qualcosa in più rispetto ad uno che si limita a fare il proprio lavoro in maniera fredda e schematica. In molti sono convinti che il tecnico debba essere distaccato e mantenere le distanze rispetto ai propri giocatori. Io la penso esattamente all’opposto. I più grandi allenatori al mondo ci hanno dimostrato che quest’affermazione non è vera. Un paio di esempi: di Mourinho ricorderemo sempre questa foto con Zanetti e l’abbraccio con Materazzi dopo l’addio: un allenatore che crea un rapporto speciale con i suoi giocatori; Carlo Ancelotti è famoso per la sua capacità di relazionarsi con i suoi giocatori, di farli sentire parte di una famiglia. Questi due grandi allenatori hanno una cosa in comune: sono dei punti di riferimento per i loro giocatori, che sono consapevoli che per qualsiasi problema possono rivolgersi a loro.
Nel calcio giovanile, anche professionistico, quest’aspetto diventa a mio giudizio ancora più importante, perché non si ha a che fare con giocatori adulti e formati, ma con ragazzini che inseguono un sogno. Diventa importantissimo essere in grado di metterci nei loro panni, ritornare bambini anche noi, riuscire a capire cosa provano. Dobbiamo essere in grado di cogliere quando un ragazzino ha un problema che gli impedisce di dare il massimo, parlargli, aiutarlo a risolverlo ed a tornare ad esprimersi al meglio. Dobbiamo saper parlare a chi gioca di meno, a far sentire importanti anche loro, a trasmettergli la voglia di continuare ad allenarsi al massimo per guadagnarsi il loro spazio, fargli capire che crediamo anche in loro e non solo nei titolari. Ecco, un allenatore che fa questo, è sicuramente un passo avanti, indipendentemente dalle competenze tecniche.
Sono convinto che la differenza tra un buon tecnico ed un allenatore top passa da questi due aspetti: creare empatia e trasmettere emozioni. Se riesci a fare questo hai già vinto. Metodologia, programmazione, esercitazioni, ecc… si imparano, ma la passione devi averla dentro, l’amore per questo sport e per l’insegnamento devi averli nel cuore. Perché insegnare calcio, soprattutto nel settore giovanile, a mio giudizio non potrà mai essere un semplice lavoro… è una missione!
IL CALCIO E’ UNO STRUMENTO PER LA FORMAZIONE DI UNA PERSONALITA’ EQUILIBRATA
Gli allenatori devono riconscere che il movimento in generale e il calcio in particolare sono mezzi motivanti per educare e valorizzare la persona, non solo nella sua dimensione motoria (educare il movimento). Infatti, gli allenatori nel proporre le attività sportive, agiscono su tutte le componenti della personalità del giovane allievo, in particolare su quella cognitiva, emotivo-affettiva, socio-relazionale.
DIMENSIONE COGNITIVA
L’allenatore educherà i propri calciatori, alla consapevolezza dei propri gesti, all’acquisizione di strategie di attenzione, comprensione e memoria, all’acquisizione di capacità di risolvere problemi e di transfer (trasferire in partita azioni e gesti appresi in allenamento)
DIMENSIONE SOCIO AFFETTIVA
L’allenatore aiuta a decidere, a essere risoluti, a prendere iniziativa, a rendersi consapevoli delle proprie responsabilità, ma anche a percepire, riconoscere, nominare e controllare le proprie emozioni. L’allenatore in questo caso diventa il mediatore.
DIMENSIONE SOCIO-RELAZIONALE
L’allenatore insegna a rispettare i compagni, gli adulti, le regole, a mettere a disposizione della squadra le competenze individuali, a cooperare per uno scopo condiviso, a comunicare efficacemente, a saper stabilire una relazione d’aiuto, a trovare un’intesa su tattiche da utilizzare e a condividere la responsabilità.
Consigli per sviluppare e particare l’empatia
- Comprendere le proprie emozioni: per aumentare l’empatia, è necessario a farlo con se stessi, cioè aumentare la propria autoconsapevolezza. Megli si comprendono i propri sentimenti, più si è in grado di comprendere i sentimenti degli altri. Fare molta attenzione al proprio stato emotivo, notando quali situazioni modificano le nostre emozioni, cioè daà luogo a quelle positive e a quelle negative. Utilizzare proprio quello che emerge dalle nostre stesse emozioni come un punto da cui partire per comprendere le risposte emotive degli altri.
- Chidere ai giocatori di parlare dei propri sentimenti: A volte, l’approccio migliore è quello diretto. Chiedi ai tuoi giocatori cosa pensano e cosa sentono. Spesso pensi di saperlo o di averlo capito, ma le ipotesi possono dare luogo a incomprensioni e pregiudizi: inoltre, le persone, a volte, stanno solo immaginando ciò che pensano di quando parlanop dei loro sentimenti.
- Cercare somiglianze con i propri giocatori: Quando si pone l’accento sulle differenze tra noi e gli altri, è molto più difficile capirsi. Bisogna cercare soprattutto di trovare le somiglianze con le persone che non ci piacciono o con le quali non si va d’accordo. Fare questo permette di trovare i punti di connessione per stabilire un legame.
- Praticare l’apertura verso un altro punto di vista: Allenare la mente ad aprirsi a prospettive che non sono le proprie ed immergersi in prospettive diverse.
- Ascoltare di più, parlare di meno: Il mopdo più affidabile per sapere quello che i tuoi giocatori pensano e sentono è quello di ascoltarli quando parlano. Le persone si sentono più capite quando è consentito loro un ampio spazio per affermare la loro opinione. Quando parli tu, non parlano loro, per cui proprio parlando di meno è possibile migliorare notevolmente la tua empatia.
- Dare attenzione agli altri in modo sincero: Prendi a cuore i tuoi giocatori in modo sincero. Se non lo fai genuinamente se ne accorgeranno, poichè è impossibile fingere empatia. Se manipoli le persone, esse, comunemente, alla fine, se ne accorgeranno attraverso il linguaggio del tuo corpo o i fatti che ne seguiranno: di conseguenza diventerai per sempre non credibile ai loro occhi.
“CERCA DI CAMMINARE NELLE SCARPE DEGLI ALTRI”







